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Cicale

Posted by on Ago 15, 2014 in Me, myself | 6 comments

Le feste – quelle comandate, dico – nella mia vita hanno un po’ quell’aura di tristezza che me le rende affascinanti. Da sempre. Anche ferragosto.
Non credo di aver mai festeggiato ferragosto, nella mia famiglia non c’è mai stata questa usanza, quindi ricordo il 15 di agosto come un giorno qualsiasi, forse di mare, più probabilmente di divano e vhs dei cartoni animati, di granite o di pallone lanciato contro il muro di casa.

E silenzio e cicale.
Strano come le cicale facciano un casino assurdo, ma io le associ a pomeriggi estivi di afa e favonio che si incanala nei vicoli, che entra sotto i portoni e ulula in una controra vuota, silenziosa, anche un po’ taciturna.
Le sento anche adesso, le cicale, anche se non sto a sud, adesso che sto nel soggiorno di casa mia e l’aria che entra è fresca e sento la bambina di fronte che gorgheggia e rumore di piatti messi a scolare dopo averli lavati. Niente a che vedere. I ricordi, oggi, non possono competere col presente, sono più vivi di quello che vivo adesso, più vivi del pizzico di zanzara che mi fa prudere il ginocchio. Ed è una cosa che mi capita di frequente durante le feste. Anche a ferragosto.

Credo che spesso si mangi tanto, alle feste, per colmare quei vuoti che si ripresentano, puntuali, ogni anno. Li abbiamo tutti, quei vuoti, anche quando siamo felici e ci guardiamo intorno e pensiamo cazzo, ho proprio tutto (poi magari non lo diciamo per pudore o scaramanzia) ma, chi più chi meno, siamo pieni di buchi. Il cibo è uno stucco. E funziona alla grande.

Ho fatto una lasagna perché era da tempo che non ne facevo una, l’ho fatta altissima come la cucinava mia nonna, con tanta mozzarella, tappezzata di fette di prosciutto e spolverata di parmigiano ma come se non spolverassi da anni. Ho tanti vuoti, d’altronde.

Tra qualche giorno vado incontro alle cicale casiniste e al vento bollente, agli abbracci dei parenti che ti vedono sempre troppo sciupata e di vecchi amici che sono già tornati, quasi tutti dal lontano e opulento Nord. Scorro le loro foto e tutte hanno home come didascalia. Ed è uno dei miei tanti buchi, quello di non considerare più casa mia quella che lo è stata per diciotto anni. Mi sembra di tradire qualcuno che ti ha cresciuto, nutrito, portato fin dove poteva portarti. Mi sembra di non essere riconoscente, ma allo stesso tempo mi rendo conto di andarci perché sì, perché si deve, e allora ci vado, quando vorrei stare altrove.

Che poi, il voler stare altrove non è altro che la conseguenza di altri vuoti, altri buchi.
Nuovo giro, nuova corsa, stavolta cannelloni.

6 Comments

  1. Ti capisco e non sai quanto.
    Sto Gargano capriccioso ci vuole tutte per lui. Egoista! ;)

    • È vero, anche tu! ;)

  2. So che è ed anche un po’ fastidioso, ma non trovo altro da dire, quindi lo dico: quanto ti capisco…!
    Stessa storia, la mia, per certi versi.
    Solo che, ultimamente, sto tappando i buchi con cibi un po’ più “esotici”, vista la latitudine.

    • Eh. Vedi, per fortuna possiamo colmare i vuoti in qualsiasi parte del mondo ;)

  3. Vuoi dire che tutto ‘sto proliferare di trasmissioni culinarie nasconda un grande vuoto esistenziale dell’intera penisola (o dell’intero globo considerando il successo dei Master Chef all over the world?).

    • Potrebbe benissimo essere uno dei motivi, chissà ;D

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